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Decreto Sicurezza, lo Stato paga i legali se il migrante parte: giustizia o incentivo all’espulsione?

Il nuovo Decreto Sicurezza introduce un meccanismo  anti-costituzionale destinato a far discutere: il compenso al legale che assiste il cittadino straniero nel rimpatrio volontario assistito viene riconosciuto solo se la partenza avviene davvero. Una norma che lede l’intelligenza e non solo la Costituzione. 

Una scelta normativa che, secondo molti osservatori, rischia di alterare l’equilibrio tra diritto di difesa ed efficienza amministrativa, aprendo interrogativi non solo giuridici ma anche politici.

Parallelamente, la riforma modifica le regole sul patrocinio a spese dello Stato: gli stranieri che impugnano un provvedimento di espulsione non potranno più accedere automaticamente al gratuito patrocinio, ma dovranno dimostrare il possesso dei requisiti reddituali previsti per tutti gli altri cittadini.

Il risultato, secondo i critici, è una combinazione normativa chiara: meno strumenti per contestare l’espulsione e più incentivi economici per favorirla.


Il sospetto politico: consenso professionale o efficienza amministrativa?

Accanto alle questioni giuridiche, emerge inevitabilmente una lettura politica della misura.

Alcuni osservatori ritengono che l’introduzione di un compenso legato al risultato finale del rimpatrio possa essere interpretata anche come un segnale rivolto a una specifica categoria professionale. In un contesto in cui il rapporto tra istituzioni e professionisti del diritto è spesso al centro del dibattito pubblico, la scelta di riconoscere nuovi compensi in un settore sensibile solleva un interrogativo legittimo:

si tratta di una misura tecnica per rendere più efficiente il sistema, oppure di un modo per consolidare consenso tra gli operatori del settore legale?

Non è una domanda ideologica, ma politica.
Perché ogni intervento normativo che introduce nuove forme di remunerazione pubblica per una categoria professionale inevitabilmente produce anche effetti sul piano del consenso.


Il punto critico: quando l’efficienza diventa priorità assoluta

In uno Stato di diritto, l’efficienza amministrativa è un valore.
Ma non può diventare l’unico criterio di valutazione.

Quando la remunerazione di un professionista dipende dall’esito di una procedura che coinvolge diritti fondamentali, il sistema entra in una zona grigia.

Non è necessariamente una violazione della legalità.
Ma è una scelta che merita un controllo rigoroso sul piano costituzionale, deontologico e — soprattutto — democratico.

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giuseppe merola

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