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Al Sud resta solo la secessione dall’Italia. Mazzini ha fallito, è provato dalla storia.

È un pò che non sentiamo parlare del Sud tra i programmi e i problemi da risolvere; ormai la questione meridionale è diventata una spocchiosa reclame elettorale. Anche per il nuovo governo Renzi «il Sud non esiste».

1. SQUILIBRI NORD SUD SOLUZIONI ANTE-CRISI.

1. La soluzione degli squilibri tra Nord e Sud è lentamente naufragata nella riproposizione del “teorema meridionale” secondo il quale gli stanziamenti di risorse per le regioni meridionali  sono soldi buttati,  visto che quando ci sono stati non hanno avuto efficacia a cagione degli sprechi della struttura politica clientelare della società meridionale e dei nostri rappresentanti che ambivano alle poltrone romane, mentre le loro terre erano solo raccolta di voti in cambio di contentini una tantum. L’unico progetto valido  per  il rilancio dell’economia di tutto il paese, è quello di rendere prioritario a livello centrale l’attuazione di politiche che inneschino la crescita imprenditoriale e occupazionale nel Sud Italia, annunciato a più riprese ma mai messo in atto.

2. Da un ventennio  l’economia del Paese si è stabilizzata sul doppio binario, con  il Sud che ha potuto raggiungere un livello di reddito e di consumi maggiore delle sua capacità di produzione della  ricchezza.

3. Insomma un freno per L’Italia romana, e non un’opportunità, Il SUD è il figlio malato di un Italia che ne trattiene le indennità, ma che non cerca di guarirlo, bensì di riceverne solo le positività e non di sobbarcarsene il problema della guarigione.

4. Questa discrasia del reddito prodotto ovviamente ha causato le importazioni dal Centro-Nord.

Il Sud rimane quindi  principalmente area di consumo per la produzione industriale del NORD, di sfruttamento, ma senza voler dare nulla in cambio.

2- CON L’INSORGENZA DELLA CRISI MONDIALE E NAZIONALE IL SUD E’ STATO LASCIATO ALLA DERIVA.

2.1 L’equilibrio Nord-Sud ha perso stabilità negli anni intorno al 1990: quando i conti pubblici centrali sono andati fuori controllo ed hanno provocato l’ inevitabile aumento della pressione fiscale e la necessità di riduzione della spesa pubblica. I processi di globalizzazione hanno fatto il resto e, anno dopo anno si è ridotta l’ importanza dei consumi interni ed hanno azzerato ogni convenienza a de-localizzare le aziende al Sud.

2.2. Ciò connesso anche alla disgregazione dei grandi partiti nazionali,  si è provocata la creazione di movimenti di rivendicazione su base territoriale.

2.3. Dopo il 2000 l’esaurimento della crescita economica italiana e le notevoli difficoltà della bontà del modello di capitalismo italiano nell’era dell’euro, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e della crescente concorrenza asiatica, hanno reso tutto più difficile e utopistico.

2.4. E infine è arrivata la crisi internazionale, la recessione e i vincoli sempre più stringenti del Patto di stabilità europeo che si stanno imponendo con forza sul nostro Paese.

3. MERIDIONALI ITALIANI DI SERIE B – UN PROBLEMA SOLO DI RISORSE PER SCOPI ASSISTENZIALI

3.1 La crisi dell’Italia contemporanea si è rivelata non solo economica ma anche etica e culturale. L’intero paese ha incontrato difficoltà sempre maggiori a elaborare visioni del proprio futuro; è cresciuta l’attitudine a considerare la soluzione per ogni problema esclusivamente su base individuale.

3.2 È in questa situazione che è venuto a delinearsi un progetto politico di divisione, formale o sostanziale, del paese, il cui scopo è quello di raggiungere il risanamento della finanza pubblica e la riduzione delle tasse contraendo quanto più possibile i flussi di risorse verso il Mezzogiorno – sud d’Italia.

3.3 Si stanno ridisegnando i grandi servizi pubblici nazionali, le regole del federalismo fiscale per la redistribuzione dell’entrate fra territori, la cancellazione delle politiche di sviluppo regionale.

3.3 Sul primo fronte si agisce per contenere strutturalmente la dimensione del sistema nazionale della scuola e dell’università.

3.4 Vengono limitate le già minime politiche sociali con una crescente sostituzione dell’operatore pubblico con l’attività di fondazioni e istituzioni intermedie, esistenti però solo in una parte del paese.

3.5 Si prevede una ulteriore riduzione della spesa pubblica per le infrastrutture; i principali motori del sistema, come la rete ferroviaria, che sono totalmente esuli dagli obiettivi pubblici e orientano tutte le proprie scelte esclusivamente secondo obiettivi aziendali di breve termine.

3.6 A ciò si affianca un’attuazione della riforma costituzionale del 2001 con finalità prevalentemente ridistributive fra territori. Ciò che viene definito federalismo fiscale – ossia una maggiore autonomia e responsabilità di spesa per le Regioni e gli enti locali, e nuovi criteri per l’allocazione territoriale delle risorse – può produrre con il tempo maggiore efficienza ed equità.

Può, però, determinare anche una importante redistribuzione delle risorse disponibili per i servizi pubblici, a cominciare da sanità e scuola.

3.7 Tramite i decreti delegati relativi alla legge 42/09, si vuole privilegiare la redistribuzione come fine a se stessa e non come strumento per raggiungere efficienza ed equità fiscale ed economica.

3.8 Lo scopo pubblico è quello di mantenere al Nord la maggior parte del gettito fiscale dei suoi cittadini e delle sue imprese, inducendo un aumento della pressione fiscale e una riduzione dei servizi al Sud.

3.9 Nell’ultimo biennio l’azione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha cancellato le politiche nazionali di sviluppo del Mezzogiorno.

Trentacinque miliardi di euro dei fondi FAS già destinati per lo sviluppo del Sud sono stati spostati verso la spesa corrente (per circa ventidue miliardi, per finanziare il deficit di bilancio) e impiegati per  far fronte a grandi emergenze nazionali come il terremoto d’Abruzzo o il finanziamento della CIG straordinaria e in deroga per il Centro-Nord.

3.10 Tutto ciò produrrà  un effetto “catastrofico” per il Mezzogiorno: una sequenza di eventi negativi per correlazione, che si rafforzano quindi l’un l’altro, un circolo vizioso senza fine.

3.11 Al Sud l’enorme caduta dei redditi per chi lavora, l’enorme disoccupazione,  la riduzione dei consumi è aggravata dalla importante riduzione della spesa pubblica sia in conto capitale che quella corrente con l’aumento della pressione fiscale locale (la “fiscalità di vantaggio” al contrario).

Ciò, in un evidente corto circuito recessivo, riduce l’occupazione, i consumi, il reddito, e la speranza di coloro vogliono vivere, produrre e studiare nella propria terra.

Vi è dunque la possibilità concreta che l’equilibrio Nord-Sud degli ultimi decenni si spezzi.

Non nel senso, a lungo da tutti auspicato, di riuscire a determinare nel Sud un aumento della produzione e del reddito autonomo tale da finanziarne consumi e spesa pubblica.

Ma nel senso di ridurre la spesa pubblica e i consumi al livello dell’insufficiente reddito prodotto.

Vi è naturalmente una possibilità diversa, molto più virtuosa per l’Italia intera. Essa passa attraverso la crescita del reddito prodotto al Sud, e della conseguente occupazione in imprese private.

L’effetto espansivo sull’intera economia nazionale è in questo caso del tutto evidente. Crescita della produzione e dell’occupazione determinano da un lato nuova domanda (e crescenti importazioni dal Nord), che in un classico circuito espansivo macroeconomico crea ancora occupazione e produzione; dall’altro, nuovo gettito fiscale, in grado sia di contribuire alla riduzione del debito, sia di determinare decrescenti trasferimenti dal Nord a parità almeno di servizi erogati al Sud. Determinando maggiore occupazione prevalentemente giovanile e femminile, questi fattori renderebbero l’Italia un paese più equo e civile.

Si tratta di un obiettivo evidentemente molto difficile da raggiungere.

La storia degli ultimi trentacinque anni, pure nient’affatto priva di periodi e di vicende di sviluppo, anche forte e sostenuto, nel Sud, lo dimostra. È difficile perché per far crescere imprese competitive nel Sud è necessario creare condizioni di contesto assai migliori rispetto a quelle attuali, in termini sia di dotazione di infrastrutture e di capitale pubblico, sia di funzionamento istituzionale, dei servizi pubblici, di tutela della legalità e di efficienza della giustizia. È difficile perché in un’economia con un dualismo così forte come quella italiana, le aree meno avanzate devono rimontare un rilevante deficit di condizioni localizzative e contrastare potenti fattori di agglomerazione, per cui le aree più avanzate continuano ad attrarre facilmente “risorse mobili”, dai giovani laureati ad alta qualifica ai risparmi delle famiglie. Ancor più oggi che in passato nuove imprese e nuove produzioni del Mezzogiorno devono trovare sbocchi al di fuori dei confini nazionali; cosa non facile, dovendo scontare costi e rigidità da paese avanzato.

La Nota aggiuntiva predisposta da Ugo La Malfa nel 1962 metteva in luce come, nella politica economica italiana, rispondendo «le decisioni economiche soltanto agli impulsi forniti dal mercato, rimaneva procrastinata e spesso elusa la soluzione dei problemi di quelle zone, di quei settori e di quei gruppi sociali che risultavano ai margini». Negli ultimi cinquant’anni questo nodo non è mutato. E dunque il pieno sviluppo del Sud non può essere raggiunto senza che l’obiettivo del riequilibrio territoriale influenzi le grandi politiche pubbliche nazionali, sia fatto proprio dall’intero paese; dia vita, come nel tentativo lanciato a fine anni Novanta da Carlo Azeglio Ciampi, a una «nuova programmazione». E senza che ciò sia accompagnato da azioni dirette di sviluppo regionale. L’Italia ne ha una grande tradizione, assai più ricca e interessante di quanto normalmente si pensi. Scopo delle politiche regionali è quello di integrare, differenziare e rafforzare vicendevolmente su base territoriale gli interventi settoriali: politiche “basate sui luoghi”, che progressivamente portino a creare economie di localizzazione e a favorire le competitività delle imprese; a rafforzare l’inclusione dei cittadini e la loro partecipazione ai percorsi di cambiamento; a consegnare alle classi dirigenti locali nuove responsabilità, ma in un sistema più ampio di monitoraggio e valutazione.

Questa seconda strada per lo sviluppo economico italiano è difficile ma possibile; è l’unica che possa preservarne la sostanziale unità in un nuovo equilibrio dinamico, a somma positiva, fra i territori del paese. Ma sembra non interessare a nessuno. È venuta al contrario diffondendosi e consolidandosi, anche per l’azione dei grandi mezzi di comunicazione, un’interpretazione delle relazioni fra Nord e Sud basata su un assunto che può essere definito il “teorema meridionale”:8al Mezzogiorno sono state destinate nel tempo ingentissime risorse; tali risorse non hanno mai prodotto effetti positivi perché sono state sempre sistematicamente sprecate a causa dell’azione clientelare di classi dirigenti corrotte e incapaci, anche perché espressione di un territorio senza capitale sociale. Dunque le politiche al Sud sono il problema e non la soluzione; e dunque meno se ne attuano, meno risorse si destinano a investimenti e servizi, meglio è. Per l’Italia, per i contribuenti del Nord, per lo stesso Sud.

Questo teorema si è imposto nella discussione collettiva. Prova ne siano l’assenza di opposizione, delle forze politiche e culturali e delle rappresentanze degli interessi imprenditoriali, sia alla politica dell’insulto nei confronti del Sud, sia alle concrete azioni di smantellamento delle politiche di sviluppo regionale del ministro Tremonti; la straordinaria debolezza della discussione e delle valutazioni intorno agli effetti redistributivi del “federalismo fiscale”; la totale assenza di proposta politica sullo sviluppo regionale in Italia.

Il tema non è in agenda. Ma che cosa c’è nell’agenda dello sviluppo economico italiano, che sia così forte da assorbire i pesantissimi tagli alla spesa che potrebbero essere alle porte con il nuovo Patto di stabilità europeo e da far aumentare produttività, occupazione e reddito dopo un lungo periodo di forte stagnazione, che non comprenda lo sfruttamento del potenziale di crescita del Sud? Cosa c’è nell’agenda di un paese che si dà come obiettivo quello di essere l’ultimo in Europa sui parametri di “Europa 2020”?  L’impressione è che la passiva accettazione di un possibile scenario “catastrofico” per il Sud segnali l’aggravarsi non tanto e non solo della questione meridionale, ma della “questione italiana”.

Da un’Italia “al si salvi chi può”, incapace di pensare se stessa collettivamente nel futuro, di disegnare e costruire il proprio sviluppo, di mettere a valore le grandi risorse di cui comunque dispone, tanto al Nord, quanto al Sud.

Fonte: http://www.italianieuropei.it/

A tal punto non ci sono due vie d’uscita, le strutture e i disegni macro-geografici dell’economia non prevedono interventi al SUD. Solo assistenza per lasciar sopravvivere una parte di cittadini che devono esborsare imposte.

Campania, Calabria e Sicilia, hanno il dovere di AGIRE per un federalismo reale, prendendone le responsabilità e scrollandosi di dosso il complesso di inferiorità verso il Nord.

Molti dei politici meridionali hanno tradito la loro terra, ne hanno utilizzato i voti per averne prime fila nelle aule di Montecitorio.

La sopravvivenza anzi la rinascita del Sud potrà avvenire solo con le proprie forze, con le proprie intelligenze, che devono passare dalla scuola, dall’Università.

Il Sud deve combattere per la sua secessione dall’Italia, per il benessere delle Regioni meridionali come ai tempi del Regno delle due sicilie.

È geograficamente impossibile concentrarsi sull’Italia unita, e in questo Mazzini, volendo l’Italia unita, ha cercato di spalmare le nostre risorse all’Italia, ma è un errore che la storia di oggi prova in maniera inequivocabile.

La ricchezza che esisteva  al Sud, era dovuta proprio all’incrocio di Regioni che erano logisticamente  connesse.

Ancora oggi i politici di Roma pensano al Sud come luogo di sfruttamento e non di opportunità. Molti meridionali rinnegando la propria terra, hanno investito la loro intelligenza per aziende e politiche votate al benessere del Centro-Nord, come apice delle proprie azioni.

Il divario NORD-SUD potrebbe diventare un pericolo anche sociale non solo economico.

Quello che possiamo dire è che entrambe le macro-regioni restando insieme si faranno del male a vicenda,  in quanto il NORD, sentirà sempre di più il peso del necessario assistenzialismo a una parte del PAESE che consuma e non produce, mentre IL SUD non riuscirà a prendere in mano il bandolo della matassa, prendendosi le proprie responsabilità e cambiare la cultura dell’assistenza, della clientela, e costruire attraverso le procedure di stato, non attraverso i mille rivoli di amicizie di ogni tipo iniziative economiche virtuose.

Terre inesplorate e abbandonate, distese immense anche a ridosso di un mare calabrese dove non vi è un lido balneare tra Riace e in sù fino alla turistica SOVERATO, città bellissime come COSENZA, SALERNO, POTENZA, in cui l’emarginazione della centralità istituzionale porta i giovani a volere trasferirsi verso ROMA, FIRENZE MILANO.

E’ un problema anche geografico, la lontananza dal centro delle istituzioni fa male. In questo l’ITALIA unita non è stata una buona idea, lo prova la storia.